In questi giorni sto fotografando le nuvole. Quasi mi scoccia vedere il cielo azzurro limpido e terso. Non so, mi ha preso questa cosa, forse perchè anche loro sono in continuo mutamento e in ogni momento sono diverse da com'erano un istante prima. Vorrei fissare tutte le loro forme, così uniche e irripetibili. L'altro giorno stavo arrivando a casa e guardando verso il cielo noto un possibile buon soggetto. Non ero in posizione ottimale, troppi palazzi e lampioni. Ok, tempo di salire a casa e dalla terrazza al quarto piano prendo tutto senza impedimenti. Quattro piani e non c'era più nulla, solo cielo terso e limpido.
Quanto è giusta e quando è giusta la filosofia del "cogli l'attimo"? Prendiamo subito quello c'è o magari se aspettiamo c'è qualcosa di meglio? L'indecisione ci tenta.
Oggi osservavo una persona, stavamo bevendo il caffè, chiacchierando di ricordi di scuola e vedevo i cambiamenti di espressione man mano che ricordava alcuni episodi del passato. Attimi di mutamento delle espressioni che andrebbero fissati tutti, perché in ognuna di quelle espressioni c'era una parte della storia che mi stava raccontando, che non può essere completa se una parte viene dimenticata.
Che forma hanno una storia, un racconto, un ricordo? Tante forme e nessuna in particolare. Sono l'insieme di quello che abbiamo sentito, osservato, capito, fatto nostro, sapendo che corriamo continuamente il rischio di lasciarci sfuggire qualcosa e non sapremo mai se quello che ci siamo persi era importante oppure no. D'altra parte non possiamo nemmeno pensare di poter cogliere tutto, saremmo troppo attenti ai particolari e allo stesso tempo troppo distratti dal senso, dal significato di quello che ci viene detto. Il compromesso sta nel sentimento e nelle emozioni che fanno da collante a questa sequenza di fotogrammi che colgono una parte della storia, che ne riempiono gli spazi vuoti dove i nostri sensi non sono arrivati: dove non arrivano la ragione e la razionalità arriva il cuore, che ci permette di capire quello che non viene detto o in qualche modo mostrato, che ci fa sentire più nostre le lacrime che altrimenti rimarrebbero solo delle scie umide sulle guance di un'altra persona, o la gioia profonda di un sorriso che non è solo esercizio dei muscoli del volto.
Così sono le nuvole. Ne osserviamo le forme in vari momenti, non in tutti. Lasciamo loro un po' del mistero di quello che sono state nel frattempo, nell'attesa di scoprirlo magari più in là. Altri attimi dove avremo l'occasione di fare nostra ancora un po' della loro bellezza.
giovedì 3 giugno 2010
giovedì 27 maggio 2010
Pagine silenziose
Adoro le librerie, soprattutto quelle dove ci si può sedere e osservare i movimenti delle persone tra gli scaffali, in cerca di sapere, divertimento, emozioni. Pagine che vengono sfogliate di sfuggita, parole lette rapidamente che emergono all'improvviso come i raggi del sole attraverso le nuvole e altrettanto rapidamente scompaiono. Libri ordinati sugli scaffali o esposti in pile che attendono di essere presi in considerazione: è come una metafora di quello che ci circonda, i libri come le persone che scorrono attorno alla nostra vita, che racchiudono in sé qualcosa da dirci, che sia semplice, banale, profondo, triste, gioioso lo possiamo scoprire solo fermandoci a leggerli. Qualcuno non incontrerà i nostri gusti e probabilmente tornerà nel mucchio, ma qualcuno ci prenderà un pezzetto di cuore e lo farà vibrare in modo speciale, unico.
Adoro le Librerie, luogo di incontro tra ignoti silenzi. Libri che parlano senza voce a persone che ascoltano con lo sguardo. Libri che portano nelle nostre vite pagine silenziose piene di pensieri che vengono da lontano, storie che non esistono ma che diventano parte della nostra storia e noi parte di esse.
Adoro le librerie, mi rilassano, sono il mio momento magico quando i troppi pensieri cominciano a pesare. C'è il terapeutico profumo della carta stampata, c'è la consapevolezza di essere di fronte ad una parte delle memorie di molti, delle loro emozioni, delle loro storie. Ogni volta mi prende il desiderio di leggere tutti quei libri, come se dovessi dare ad ogni autore l'occasione, la possibilità di potersi raccontare. Impresa improba, sarebbe bellissimo ma... dobbiamo fare delle scelte, dare più fiducia ad alcuni piuttosto che ad altri, sbagliando a volte, pazienza. Altre volte scoprendo piccoli tesori nei modi più impensati, magari una occasionale, fortuita conoscenza in rete che ci mette in contatto con un piccolo mondo di grandissime emozioni. Dovendo però proprio scegliere, più che un classico preferisco uno di quei libri che si fanno conoscere attraverso il passaparola, perché a sostenerlo c'è l'esperienza dei lettori più che l'esperienza di chi per lavoro ne scrive la recensione: è un po' come la differenza che ci può essere nello scegliere se conoscere l'amico dell'amico o un vip attraverso qualche conoscenza particolare. Io, almeno in questo momento, troverei molto più interessante l'amico dell'amico. Questione di fiducia.
L'ultimo libro che ho acquistato è stato come un appuntamento al buio, sulla fiducia. Mai fiducia fu meglio riposta.
Adoro le librerie.
Adoro i libri da sfogliare.
Adoro le pagine silenziose perché lasciano spazio a quello che c'è da raccontare.
Adoro le Librerie, luogo di incontro tra ignoti silenzi. Libri che parlano senza voce a persone che ascoltano con lo sguardo. Libri che portano nelle nostre vite pagine silenziose piene di pensieri che vengono da lontano, storie che non esistono ma che diventano parte della nostra storia e noi parte di esse.
Adoro le librerie, mi rilassano, sono il mio momento magico quando i troppi pensieri cominciano a pesare. C'è il terapeutico profumo della carta stampata, c'è la consapevolezza di essere di fronte ad una parte delle memorie di molti, delle loro emozioni, delle loro storie. Ogni volta mi prende il desiderio di leggere tutti quei libri, come se dovessi dare ad ogni autore l'occasione, la possibilità di potersi raccontare. Impresa improba, sarebbe bellissimo ma... dobbiamo fare delle scelte, dare più fiducia ad alcuni piuttosto che ad altri, sbagliando a volte, pazienza. Altre volte scoprendo piccoli tesori nei modi più impensati, magari una occasionale, fortuita conoscenza in rete che ci mette in contatto con un piccolo mondo di grandissime emozioni. Dovendo però proprio scegliere, più che un classico preferisco uno di quei libri che si fanno conoscere attraverso il passaparola, perché a sostenerlo c'è l'esperienza dei lettori più che l'esperienza di chi per lavoro ne scrive la recensione: è un po' come la differenza che ci può essere nello scegliere se conoscere l'amico dell'amico o un vip attraverso qualche conoscenza particolare. Io, almeno in questo momento, troverei molto più interessante l'amico dell'amico. Questione di fiducia.
L'ultimo libro che ho acquistato è stato come un appuntamento al buio, sulla fiducia. Mai fiducia fu meglio riposta.
Adoro le librerie.
Adoro i libri da sfogliare.
Adoro le pagine silenziose perché lasciano spazio a quello che c'è da raccontare.
lunedì 24 maggio 2010
Non ci fermiamo mai
Sono veloce.
Veloce come il mio tempo che è sempre un passo avanti a me. A volte mi rincorro da solo, un po’ affannato perché non riesco a prendermi. Abbiamo cominciato a correre cento anni fa e non ci siamo più fermati: maratoneti del domani.
Abbiamo attraversato un secolo sempre accelerando in barba a tutte le leggi della fisica, macinando idee, ideologie, guerre, notizie, informazioni, suoni, persone, volti, sempre alla ricerca di quello che veniva dopo, correndo tra due ali di grandi personaggi che ci vedevano passare e si vedevano lasciati indietro. Non ci siamo fermati mai. Mai.
Purtroppo non corriamo tutti alla stessa velocità e c’è sempre qualcuno che resta dietro, intrappolato nell’istante prima del nostro. E’ così poco quello che ci separa da chi ci sta intorno, eppure quel poco ce lo rende irraggiungibile; navighiamo su onde diverse che non si raggiungono mai: così vicini ma anche così lontani.
Allungo una mano, ma anche se riesco a toccarti, cosa mi resta di un contatto?
Allungo una mano, questa volta aperta, ma tu guardi solo una mano vuota.
Allora allungo due mani e con una ti porgo qualcosa di me, qualcosa di mio per te. E anche se sei lì, poco distante, ora hai qualcosa per ricordarmi, per cercarmi quando ne avrai voglia o bisogno. Ti ho dato una bussola che punta su di me, sempre.
E non mi interessa più correre, non voglio più solo osservare chi passa oltre. Mi fermo. Ti fermo. Ho bisogno di sentirti vicina, non più fugaci contatti. Voglio raccontarti di me, desidero racconti di te: il mio tempo nel tempo del tuo tempo. Perché non è giusto lasciare che tutto o quasi scivoli indietro, perché ogni istante, momento, respiro è qualcosa che non torna.
Il tempo scorre sempre nella stessa direzione, immutabile nel suo procedere attraverso le nostre vite. L’unico modo per seguirlo e mettersi fianco a fianco e procedere insieme, guardando nella stessa direzione, con i ricordi di ieri, i pensieri di oggi e i desideri di domani.
Veloce come il mio tempo che è sempre un passo avanti a me. A volte mi rincorro da solo, un po’ affannato perché non riesco a prendermi. Abbiamo cominciato a correre cento anni fa e non ci siamo più fermati: maratoneti del domani.
Abbiamo attraversato un secolo sempre accelerando in barba a tutte le leggi della fisica, macinando idee, ideologie, guerre, notizie, informazioni, suoni, persone, volti, sempre alla ricerca di quello che veniva dopo, correndo tra due ali di grandi personaggi che ci vedevano passare e si vedevano lasciati indietro. Non ci siamo fermati mai. Mai.
Purtroppo non corriamo tutti alla stessa velocità e c’è sempre qualcuno che resta dietro, intrappolato nell’istante prima del nostro. E’ così poco quello che ci separa da chi ci sta intorno, eppure quel poco ce lo rende irraggiungibile; navighiamo su onde diverse che non si raggiungono mai: così vicini ma anche così lontani.
Allungo una mano, ma anche se riesco a toccarti, cosa mi resta di un contatto?
Allungo una mano, questa volta aperta, ma tu guardi solo una mano vuota.
Allora allungo due mani e con una ti porgo qualcosa di me, qualcosa di mio per te. E anche se sei lì, poco distante, ora hai qualcosa per ricordarmi, per cercarmi quando ne avrai voglia o bisogno. Ti ho dato una bussola che punta su di me, sempre.
E non mi interessa più correre, non voglio più solo osservare chi passa oltre. Mi fermo. Ti fermo. Ho bisogno di sentirti vicina, non più fugaci contatti. Voglio raccontarti di me, desidero racconti di te: il mio tempo nel tempo del tuo tempo. Perché non è giusto lasciare che tutto o quasi scivoli indietro, perché ogni istante, momento, respiro è qualcosa che non torna.
Il tempo scorre sempre nella stessa direzione, immutabile nel suo procedere attraverso le nostre vite. L’unico modo per seguirlo e mettersi fianco a fianco e procedere insieme, guardando nella stessa direzione, con i ricordi di ieri, i pensieri di oggi e i desideri di domani.
domenica 23 maggio 2010
Freddo
Freddo.
Più o meno metà gennaio 2010. Un freddo gennaio.
Bella da vedere la neve, ma muoversi per la città dopo una nevicata può diventare un problema. Per lo meno nei giorni scorsi c’era il sole. Oggi la pioggia è tornata a farci visita. Pare voglia portarsi via gli ultimi residui di neve che, abbarbicata alla sua gelida esistenza, sta resistendo qua e là imperterrita fin dalla nevicata di Capodanno.
Freddo.
Devo uscire, non mi piace ma devo farlo. Ho già abbastanza freddo dentro, sentirne anche fuori non è quello che desidero di più. Sul marciapiede si affrettano e si incrociano rari passanti, imbacuccati nei loro cappotti, riparati sotto ad ombrelli che oltre a fare da schermo alla pioggia un po’ tolgono la visuale rispetto a chi sopraggiunge dalla direzione opposta: frettolosi, infreddoliti, solitari passanti. Le automobili sono invece più numerose, nel loro costante transito: ormai è buio e si notano soprattutto i fari accesi, occhi che scrutano le ombre del crepuscolo. Rumori di motori nel buio.
In certi momenti si desidera più di ogni altra cosa un abbraccio.
Calore.
Appartenenza.
Mi piacerebbe fermarmi e abbracciare il primo che passa. Chissà cosa direbbe. Lo farei proprio volentieri. Oggi per me il contatto fisico ha assunto un significato importante: tenere qualcuno per mano, anche per ore senza mai stancarsi. Due mani che si intrecciano l'una nell'altra, che si scambiano calore, sensazioni. Due corpi che si avvicinano con un abbraccio, sentire il respiro vitale dell'altro che spinge contro il mio petto. Sarebbe bello adottare anche da noi la giornata dedicata agli abbracci: perfetti sconosciuti che si incontrano per strada e scambiano un po' di sé stessi, della propria intimità. Io per troppo tempo ho sbagliato a non scambiare me stesso, purtroppo sbagliavo senza saperlo, ma sbagliavo. Mai dare nulla per scontato in amore: non vuol dire che va sempre tutto bene solo perché si sta insieme a qualcuno. Lo scambio arricchisce. Qualcosa di mio diventa tuo e viceversa. Non era facile per me però, non ero mai stato abituato a questo e le conseguenze sono state di quelle che gelano l'anima.
Un po' di pioggia anche per me allora, che lavi via la neve in superficie e un po' di calore che sciolga la crosta di ghiaccio dal di dentro. La pioggia intanto c'è. E' fredda. Inzuppa i miei pensieri lasciandoli grondanti e pesanti come dei panni da lavare.
Sotto la pioggia di queste fredde giornate invernali tutto si intristisce, però allo stesso tempo mi fa pensare al calduccio di casa, con plaid, tazzone di tè caldo e qualcosa da leggere: “mens sana in corpore caldo“… perdonate la licenza, ma con i piedi gelati un buon libro non lo si gusta proprio.
Nemmeno i sentimenti si apprezzano molto con un cuore gelato.
A volte fa più freddo di quello che ci aspettiamo.
Più o meno metà gennaio 2010. Un freddo gennaio.
Bella da vedere la neve, ma muoversi per la città dopo una nevicata può diventare un problema. Per lo meno nei giorni scorsi c’era il sole. Oggi la pioggia è tornata a farci visita. Pare voglia portarsi via gli ultimi residui di neve che, abbarbicata alla sua gelida esistenza, sta resistendo qua e là imperterrita fin dalla nevicata di Capodanno.
Freddo.
Devo uscire, non mi piace ma devo farlo. Ho già abbastanza freddo dentro, sentirne anche fuori non è quello che desidero di più. Sul marciapiede si affrettano e si incrociano rari passanti, imbacuccati nei loro cappotti, riparati sotto ad ombrelli che oltre a fare da schermo alla pioggia un po’ tolgono la visuale rispetto a chi sopraggiunge dalla direzione opposta: frettolosi, infreddoliti, solitari passanti. Le automobili sono invece più numerose, nel loro costante transito: ormai è buio e si notano soprattutto i fari accesi, occhi che scrutano le ombre del crepuscolo. Rumori di motori nel buio.
In certi momenti si desidera più di ogni altra cosa un abbraccio.
Calore.
Appartenenza.
Mi piacerebbe fermarmi e abbracciare il primo che passa. Chissà cosa direbbe. Lo farei proprio volentieri. Oggi per me il contatto fisico ha assunto un significato importante: tenere qualcuno per mano, anche per ore senza mai stancarsi. Due mani che si intrecciano l'una nell'altra, che si scambiano calore, sensazioni. Due corpi che si avvicinano con un abbraccio, sentire il respiro vitale dell'altro che spinge contro il mio petto. Sarebbe bello adottare anche da noi la giornata dedicata agli abbracci: perfetti sconosciuti che si incontrano per strada e scambiano un po' di sé stessi, della propria intimità. Io per troppo tempo ho sbagliato a non scambiare me stesso, purtroppo sbagliavo senza saperlo, ma sbagliavo. Mai dare nulla per scontato in amore: non vuol dire che va sempre tutto bene solo perché si sta insieme a qualcuno. Lo scambio arricchisce. Qualcosa di mio diventa tuo e viceversa. Non era facile per me però, non ero mai stato abituato a questo e le conseguenze sono state di quelle che gelano l'anima.
Un po' di pioggia anche per me allora, che lavi via la neve in superficie e un po' di calore che sciolga la crosta di ghiaccio dal di dentro. La pioggia intanto c'è. E' fredda. Inzuppa i miei pensieri lasciandoli grondanti e pesanti come dei panni da lavare.
Sotto la pioggia di queste fredde giornate invernali tutto si intristisce, però allo stesso tempo mi fa pensare al calduccio di casa, con plaid, tazzone di tè caldo e qualcosa da leggere: “mens sana in corpore caldo“… perdonate la licenza, ma con i piedi gelati un buon libro non lo si gusta proprio.
Nemmeno i sentimenti si apprezzano molto con un cuore gelato.
A volte fa più freddo di quello che ci aspettiamo.
sabato 15 maggio 2010
Questione di equilibrio
Sto passando un periodo incasinato, vorrei equilibrio ma non lo trovo. Mi ero sposato con l’idea di invecchiare al fianco di mia moglie e invece da quattro anni vivo da solo e sto aspettando il prossimo 23 giugno per l’udienza di separazione. Almeno i bimbi, tutto sommato, nel male l’hanno presa abbastanza bene. Ultimamente il lavoro non va bene, praticamente non c’è e in mezzo a tutto questo bisogna restare in equilibrio. Bastava una vita a triangolo equilatero, a parallelogramma, una qualsiasi figura piana regolare e il punto di equilibrio si trovava senza tanti problemi. Invece no. Mi trovo a cercare di stare in equilibrio su una cosa senza perimetro o forma. Pure un po’ sghemba.
L’equilibrio non è una condizione statica, altrimenti non dovrebbe essere mantenuto. Ci vuole proazione, ed è quella che mi frega: fai una cosa in un senso e ti sbilanci, la fai da un’altra parte e ti sbilanci: datemi un po’ di tempo per trovare equilibrio e il resto per meravigliarmi del mondo che mi circonda. Ma i miei occhi sono fuori allenamento. Non perché dopo una vita passata davanti agli schermi dei computer un po’ ne risentono, parlo di allenamento nell’osservare le cose. Vorrei avere la prontezza e la profondità di osservazione di Vale, per capire soprattutto se qualcosa che ho visto di recente va oltre la normale, superficiale osservazione, oppure no; perché se mi sono sbagliato vabbè, morta lì, altrimenti non ci sto facendo una gran bella figura. Mannaggia. Un altro scossone all’equilibrio di questa cosa che ci scorre tra le dita come una corda: la puoi guidare ma se la stringi troppo ti sega le mani.
Einstein diceva che Dio non gioca a dadi, non fa le cose a caso. Mi fido, ma non perché l’ha detto Einstein. Questa vita me l’ha data Dio e l’ha fatta proprio per me, un piccolo tassello negli equilibri dell’universo, della vita e di tutto il resto. Ho visto Dio almeno tre volte, negli occhi di tre creature appena uscite dal grembo della loro madre. Mi ha guardato dal suo infinito dritto nell’anima, attraverso degli esserini così piccoli, ma per loro natura già parte di un mistero grandissimo.
In questi ultimi mesi ho visto occhi che mi hanno portato via l’anima. Per un attimo. Poi me l’hanno ridata e non ho ancora capito se c’è tutta, o un po’ di meno. Forse di più. Lo spero proprio, ne ho tanto bisogno. E comunque un po’ di meno o un po’ di più alla fine portano alla stessa conseguenza: cambia la mia consistenza, si sposta il baricentro e tutto torna ad essere ancora una volta una questione di equilibrio.
L’equilibrio non è una condizione statica, altrimenti non dovrebbe essere mantenuto. Ci vuole proazione, ed è quella che mi frega: fai una cosa in un senso e ti sbilanci, la fai da un’altra parte e ti sbilanci: datemi un po’ di tempo per trovare equilibrio e il resto per meravigliarmi del mondo che mi circonda. Ma i miei occhi sono fuori allenamento. Non perché dopo una vita passata davanti agli schermi dei computer un po’ ne risentono, parlo di allenamento nell’osservare le cose. Vorrei avere la prontezza e la profondità di osservazione di Vale, per capire soprattutto se qualcosa che ho visto di recente va oltre la normale, superficiale osservazione, oppure no; perché se mi sono sbagliato vabbè, morta lì, altrimenti non ci sto facendo una gran bella figura. Mannaggia. Un altro scossone all’equilibrio di questa cosa che ci scorre tra le dita come una corda: la puoi guidare ma se la stringi troppo ti sega le mani.
Einstein diceva che Dio non gioca a dadi, non fa le cose a caso. Mi fido, ma non perché l’ha detto Einstein. Questa vita me l’ha data Dio e l’ha fatta proprio per me, un piccolo tassello negli equilibri dell’universo, della vita e di tutto il resto. Ho visto Dio almeno tre volte, negli occhi di tre creature appena uscite dal grembo della loro madre. Mi ha guardato dal suo infinito dritto nell’anima, attraverso degli esserini così piccoli, ma per loro natura già parte di un mistero grandissimo.
In questi ultimi mesi ho visto occhi che mi hanno portato via l’anima. Per un attimo. Poi me l’hanno ridata e non ho ancora capito se c’è tutta, o un po’ di meno. Forse di più. Lo spero proprio, ne ho tanto bisogno. E comunque un po’ di meno o un po’ di più alla fine portano alla stessa conseguenza: cambia la mia consistenza, si sposta il baricentro e tutto torna ad essere ancora una volta una questione di equilibrio.
lunedì 10 maggio 2010
Togliete l'audio
E’ da diversi anni che sto cercando di cambiare prospettive, modo di vedere le cose. Ho iniziato dal di dentro mettendo in luce territori a me sconosciuti, luoghi di me che non avrei pensato mi potessero appartenere e altri luoghi che preferirei non mi appartenessero, ma tant’è che stanno lì e l’unica cosa da fare è imparare a conviverci. Ma non è facile guardare, soprattutto nel modo giusto, sempre ammesso che ci sia.
Osservare le persone mi ha sempre affascinato, visto che sono uno che non parla molto, ma nel silenzio osservo. Mi piaceva (piace) cercare di capire il carattere delle persone, almeno una parte, osservandone le azioni, come si muovono, come gesticolano, come usano gli oggetti. Questo mi ha reso insopportabili alcune signore che si incontrano al supermercato, quelle che “gettano” i soldi sul bancone con fare disgustato, con quella mezza smorfia sulla bocca, che rovistano all’interno di un minuscolo portamonete nel quale oltre alle monetine ci sono di solito un po’ di banconote piegate alla meno peggio. Con quanto disprezzano buttano monete e banconote sul bancone come se dicessero alla cassiera: “Tiè! contateli tu i soldi”. Io che cerco invece di mettere sempre tutti i soldi in ordine di taglio, ben distesi, in modo che la cassiera possa verificarli senza troppa fatica.
Troppo buono. No. Troppo maleducate loro.
E questo osservare si perde. Siamo troppo distratti dal rumore che ci circonda, dalle parole, dalle troppe parole e i pochi significati.
Togliete l’audio, per favore.
In questi giorni una carissima conoscente, amica, mi stava suggerendo di provare a guardare una intervista in televisione togliendo l’audio, per osservare meglio l’intervistato e di rivederla poi con il sonoro, confrontando le due versioni e mettendo a confronto il significato di quanto detto con quello espresso dal corpo e dalle espressioni. Facile, se avessi solo un decimo della sua abilità a leggere il linguaggio del corpo: io mi sto applicando, comunque. Con pazienza e precisione mi sta insegnando a leggere il movimento di una mano, lo sguardo, il sorriso; un universo di informazioni che dicono tanto nel silenzio.
Dovremmo vivere in un mondo senza audio per un po’, chissà quanto di quello che ci circonda perderebbe improvvisamente di significato: oggi penso di aver capito perché nei grandi magazzini c’è sempre la musica, a volte anche un po’ troppo alta. Immaginate di osservare file di scaffali di oggetti inanimati nel silenzio più assoluto. Un po’ angosciante vero? Siamo esseri sociali, eppure se ci fate caso praticamente in tutti i luoghi di socializzazione c’è sempre rumore, musica o rumore e per comunicare siamo costretti a gridare, a distorcere tutti i segnali che il nostro corpo invierebbe in una situzione normale (non rumorosa) di dialogo. E non riusciamo più a capire, nemmeno a sentire quello che diciamo o che ci viene detto e non intendo solo il sentire acustico.
Mi ci vorrebbe molta più quiete, anche dentro di me, il rumore, di qualunque natura sia, mi distrae e non riesco ad osservare bene.
Togliete l’audio, per favore, almeno per un po’.
Osservare le persone mi ha sempre affascinato, visto che sono uno che non parla molto, ma nel silenzio osservo. Mi piaceva (piace) cercare di capire il carattere delle persone, almeno una parte, osservandone le azioni, come si muovono, come gesticolano, come usano gli oggetti. Questo mi ha reso insopportabili alcune signore che si incontrano al supermercato, quelle che “gettano” i soldi sul bancone con fare disgustato, con quella mezza smorfia sulla bocca, che rovistano all’interno di un minuscolo portamonete nel quale oltre alle monetine ci sono di solito un po’ di banconote piegate alla meno peggio. Con quanto disprezzano buttano monete e banconote sul bancone come se dicessero alla cassiera: “Tiè! contateli tu i soldi”. Io che cerco invece di mettere sempre tutti i soldi in ordine di taglio, ben distesi, in modo che la cassiera possa verificarli senza troppa fatica.
Troppo buono. No. Troppo maleducate loro.
E questo osservare si perde. Siamo troppo distratti dal rumore che ci circonda, dalle parole, dalle troppe parole e i pochi significati.
Togliete l’audio, per favore.
In questi giorni una carissima conoscente, amica, mi stava suggerendo di provare a guardare una intervista in televisione togliendo l’audio, per osservare meglio l’intervistato e di rivederla poi con il sonoro, confrontando le due versioni e mettendo a confronto il significato di quanto detto con quello espresso dal corpo e dalle espressioni. Facile, se avessi solo un decimo della sua abilità a leggere il linguaggio del corpo: io mi sto applicando, comunque. Con pazienza e precisione mi sta insegnando a leggere il movimento di una mano, lo sguardo, il sorriso; un universo di informazioni che dicono tanto nel silenzio.
Dovremmo vivere in un mondo senza audio per un po’, chissà quanto di quello che ci circonda perderebbe improvvisamente di significato: oggi penso di aver capito perché nei grandi magazzini c’è sempre la musica, a volte anche un po’ troppo alta. Immaginate di osservare file di scaffali di oggetti inanimati nel silenzio più assoluto. Un po’ angosciante vero? Siamo esseri sociali, eppure se ci fate caso praticamente in tutti i luoghi di socializzazione c’è sempre rumore, musica o rumore e per comunicare siamo costretti a gridare, a distorcere tutti i segnali che il nostro corpo invierebbe in una situzione normale (non rumorosa) di dialogo. E non riusciamo più a capire, nemmeno a sentire quello che diciamo o che ci viene detto e non intendo solo il sentire acustico.
Mi ci vorrebbe molta più quiete, anche dentro di me, il rumore, di qualunque natura sia, mi distrae e non riesco ad osservare bene.
Togliete l’audio, per favore, almeno per un po’.
venerdì 7 maggio 2010
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Mi piace guardarti,
perché non ti vedo mai abbastanza
Mi piace quando ridi,
perché la tristezza si chiama lontananza
Mi piace saperti sola,
perché penso che pensi a chi ti manca
Mi piace quando pensi,
perché a volte il parlare troppo stanca
Mi piace quando ami,
perché senza amore non resisti
Mi piace quando sei amica,
perché ogni sentimento dice che tu esisti
Mi piace quando sei seria,
perché anche senza sorriso sei sempre bella
Mi piace saperti felice,
perché il tuo cuore è riuscito a toccare una stella
perché non ti vedo mai abbastanza
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perché la tristezza si chiama lontananza
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perché penso che pensi a chi ti manca
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perché a volte il parlare troppo stanca
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perché senza amore non resisti
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perché ogni sentimento dice che tu esisti
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perché anche senza sorriso sei sempre bella
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