Sei tanto,
sei come il vento che ti soffia dentro
che spinge avanti un mondo di passione,
che accompagna con mano ferma chi ti trovi a fianco
a scoprir quel che non spiega la ragione.
C'è un cuore,
che batte dentro, al ritmo del tuo tempo,
che sente quel che il tempo lascia indietro,
e che coglie e che ricorda il primo istante,
il primo sguardo con il quale hai conosciuto.
C'è luce,
che filtra tra lo sguardo ed il sorriso,
che illumina ogni volto che hai vicino,
eterea consistenza di un qualcosa
che nasce dentro e non può restare chiuso.
E' tutto,
è ciò che ti travolge in un momento,
è gioia, è desiderio e anche dolore,
quello che tu doni e che non chiedi
è amore, quello vero, che crea amore.
venerdì 20 agosto 2010
giovedì 15 luglio 2010
Un Sentimento
E' grande ciò che sento,
immerso nel silenzio che bisbiglia in fondo all'anima
e chiede un po' di luce.
Immagino un pensiero,
un attimo felice che attende a braccia aperte,
e ti conquista sottovoce.
E tu sai quello che penso,
che sei qui nel cuore mio e qui ti tengo,
non sei gioia di un momento,
non sei effimero chiarore
che la notte poi ricopre del suo niente,
e dal buio viene spento.
Non può essere men che Amore,
non c'è altra spiegazione a questo sogno
che riempie ogni minuto,
che riscalda ogni mio giorno
e se anche sei lontana dal mio sguardo
nessun istante mai andrà perduto.
domenica 11 luglio 2010
Solo come amici
E' stato un po' strano parlarti attraverso la chat di skype, noi che bene o male continuiamo a sentirci ogni giorno, a volte anche più volte al giorno. Il fatto è che per me skype e simili sono associati al comunicare con persone geograficamente lontane, con gli amici che ho sparsi in giro per l'Italia. Parlare con te che abiti poco distante da qui è molto particolare, però mi dà modo di sentire le cose più da "amico".
Si parlava del più e del meno, di dubbi, delusioni, interrogativi che prima o poi vengono a tutti e che ci accomunano, più che altro però ti ho lasciata parlare, perché sentivo che in quel momento ne avevi bisogno. Avevi bisogno di qualcuno che fondamentalmente stesse ad ascoltare, non a sentire, ad ascoltare. Non so se da parte tua ci fosse un po' di perplessità, analoga a quella che provavo io, nel fare ciò, ma forse anche tu sapevi di averne bisogno e non ci hai fato molto caso. E' strano pensare a quanto non ci siamo detti in questi anni e a quanto invece ho raccontato di me ad amici e amiche attraverso i tasti del computer: in certi periodi passavo due o tre ore al giorno, per mesi, a raccontare a chi sentivo più vicino cose di me, anche ad aiutare spesso persone che, inaspettatamente per me, venivano a chiedermi aiuto. E' forse questo un mio limite, non sono bravo nei discorsi diretti, arrivo lento sui pensieri, ho bisogno di più tempo per pensare e per rispondere: la tastiera diventa un buon compromesso a volte.
Poi la cosa più strana è successa quando tra i vari discorsi è uscito questo breve dialogo:
- "che fai adesso?"
- "guardo un po' la tivù e aspetto che mi venga sonno. Poi vado a letto e aspetterò di addormentarmi."
- "...e tra un aspettare e l'altro, aspetti pure me che passo a prenderti e ci mangiamo un gelato?"
Non mi sarei mai aspettato di farti un invito del genere. Mi sono colto di sorpresa da solo; mi sono improvvisamente visto nella parte di quello che in qualche modo ci stava "provando". Sorridevo dentro di me, pensando di aver detto una mezza cretinata: invitare la mia ex-moglie a prendere un gelato, così come farebbe un ragazzino con la compagna di classe. E tu mi hai pure detto di sì, anche se in mezzo ad un sacco di dubbi sul fatto che i bambini si potessero svegliare e non trovarti in casa. Ma la serata era ottimale per un gelato, ci stava tutto, anche il fare ogni tanto qualcosa di diverso dal solito.
Gelato e passeggiata. Altri attimi, questa volta non digitali, per raccontarsi altro, perché ad alcuni dubbi e paure potessero essere associate anche le emozioni di una espressione o del tono di voce. Perché ci potesse stare anche un abbraccio che affermasse più "vicinanza" di una sequenza di lettere. Perché ci fosse una spalla dove lievi lacrime potessero confondersi per un po' con un tessuto diverso dalle trame della rete.
Rimangono ancora cose che una chat non può sostituire, emozioni che non possono essere mostrate solo attraverso faccine più o meno buffe. Ci sono momenti che fa ancora piacere riscoprire, anche se solo da amici, ma per questo non meno importanti.
Si parlava del più e del meno, di dubbi, delusioni, interrogativi che prima o poi vengono a tutti e che ci accomunano, più che altro però ti ho lasciata parlare, perché sentivo che in quel momento ne avevi bisogno. Avevi bisogno di qualcuno che fondamentalmente stesse ad ascoltare, non a sentire, ad ascoltare. Non so se da parte tua ci fosse un po' di perplessità, analoga a quella che provavo io, nel fare ciò, ma forse anche tu sapevi di averne bisogno e non ci hai fato molto caso. E' strano pensare a quanto non ci siamo detti in questi anni e a quanto invece ho raccontato di me ad amici e amiche attraverso i tasti del computer: in certi periodi passavo due o tre ore al giorno, per mesi, a raccontare a chi sentivo più vicino cose di me, anche ad aiutare spesso persone che, inaspettatamente per me, venivano a chiedermi aiuto. E' forse questo un mio limite, non sono bravo nei discorsi diretti, arrivo lento sui pensieri, ho bisogno di più tempo per pensare e per rispondere: la tastiera diventa un buon compromesso a volte.
Poi la cosa più strana è successa quando tra i vari discorsi è uscito questo breve dialogo:
- "che fai adesso?"
- "guardo un po' la tivù e aspetto che mi venga sonno. Poi vado a letto e aspetterò di addormentarmi."
- "...e tra un aspettare e l'altro, aspetti pure me che passo a prenderti e ci mangiamo un gelato?"
Non mi sarei mai aspettato di farti un invito del genere. Mi sono colto di sorpresa da solo; mi sono improvvisamente visto nella parte di quello che in qualche modo ci stava "provando". Sorridevo dentro di me, pensando di aver detto una mezza cretinata: invitare la mia ex-moglie a prendere un gelato, così come farebbe un ragazzino con la compagna di classe. E tu mi hai pure detto di sì, anche se in mezzo ad un sacco di dubbi sul fatto che i bambini si potessero svegliare e non trovarti in casa. Ma la serata era ottimale per un gelato, ci stava tutto, anche il fare ogni tanto qualcosa di diverso dal solito.
Gelato e passeggiata. Altri attimi, questa volta non digitali, per raccontarsi altro, perché ad alcuni dubbi e paure potessero essere associate anche le emozioni di una espressione o del tono di voce. Perché ci potesse stare anche un abbraccio che affermasse più "vicinanza" di una sequenza di lettere. Perché ci fosse una spalla dove lievi lacrime potessero confondersi per un po' con un tessuto diverso dalle trame della rete.
Rimangono ancora cose che una chat non può sostituire, emozioni che non possono essere mostrate solo attraverso faccine più o meno buffe. Ci sono momenti che fa ancora piacere riscoprire, anche se solo da amici, ma per questo non meno importanti.
mercoledì 23 giugno 2010
Un bisogno in fondo al cuore
Abbiamo tutti bisogno di un po' di Amore in fondo al cuore, ma non tutti lo sappiamo.
Cerchiamo in continuazione piccole e grandi conferme e a volte le abbiamo lì a portata di mano ma non le vediamo. Alla fine ritorno sempre lì, da un po' di tempo a questa parte, vedere, che è solo il primo passo e molte volte puramente involontario.
Vedere.
Guardare.
Osservare.
Più o meno dicono la stessa cosa, ma c'è differenza, una grande differenza, non tanto nell'oggetto della nostra più o meno volontaria attenzione, ma nel soggetto: noi.
Per vedere non facciamo fatica, basta girare la testa o spostare lo sguardo, volenti o nolenti vediamo un sacco di cose.
Guardare è già diverso, c'è la volontà di farlo, di fissare lo sguardo da qualche parte.
Osservare va più nel profondo, perché aggiunge alla volontà del guardare il desiderio di capire cosa si sta guardando.
Oggi pomeriggio sono uscito, avevo bisogno di spazio e mentre ero fuori mi chiama una persona pensando che fossi a casa.
"Ah, sei fuori... ma ti devi trovare con qualcuno?", mi chiede.
"Assolutamente no", rispondo, "a momenti faccio fatica a trovare anche me stesso..."
Devo fare pratica, non voglio più solo vedermi, devo riuscire ad osservarmi, da vicino, dal di dentro; unire il guardare e il capire, che se non ti capisci come fai a capire gli altri, quello che ti circonda. Stanno cambiando tante cose nella mia vita, i ragazzi crescono, eventi grandi e piccoli portano in continuazione cose nuove da capire e io mi ci trovo in mezzo e più di qualche volta mi sono domandato che cavolo ci faccio qui, in questo momento. Luoghi e momenti. E ci deve essere un senso a questo: ecco io questo senso non voglio vederlo, voglio osservarlo.
Ho anche dei nuovi amici, persone che a loro modo sono speciali, com'è giusto che sia, perché sono entrate nella mia vita in un momento e per un motivo molto particolare. E' con loro che ho cominciato a cambiare il mio modo di osservare le cose, che ho cambiato il mio modo di raccontarle, da quando sono arrivati mi hanno dato nuova luce agli occhi e ai pensieri. Sì, mi hanno fatto scoprire cose nuove di me, com'è accaduto in passato con altre persone, in altri luoghi, in altri contesti. Adesso però ci sono loro e forse è la prima volta che mi auguro che ci siano sempre e non solo per un breve tragitto: ci stiamo insegnando un sacco di cose, con lo sguardo attento e il cuore libero, senza pregiudizi di nessun tipo.
C'è chi si ferma al vedere e vede solo invidia...
C'è chi prova a guardare... ma non capisce... e resta con il dubbio...
Solo chi osserva fa l'esperienza più profonda e coinvolgente...
Abbiamo tutti bisogno un po' d'Amore in fondo al cuore... e c'è un solo modo per trovarlo...
venerdì 18 giugno 2010
Riflessi
Camilla ha fatto delle bellissime foto, soprattutto quelle che hanno come soggetto i riflessi. Foto del nostro mondo, di quello che ci circonda, ma visto attraverso il riflesso nell'acqua. Vediamo le stesse cose ma da una prospettiva e con colori diversi e se poi l'acqua è un po' mossa tutto cambia, muta indistintamente costringendoci a cercare nel ricordo quello che al momento è sottratto alla nostra vista o a domandarci quale sia la visione giusta delle cose, se quella piatta e lineare o quella in movimento.
Siamo così abituati a vedere le cose direttamente che qualunque visione alternativa di solito viene bollata come irreale, non vera. Diffidenza. Televisione e giornali ci parlano di riflessi, anche i libri volendo, perché comunque quello che ci raccontano è mediato attraverso altri occhi, altre sensazioni. Eppure questo non ci impedisce di accettare delle visioni riflesse come reali, di fare nostri altri occhi e altri sentimenti, quelli della persona amata o di qualche importante e profonda amicizia. Per quale motivo allora non diffidiamo di questo? Cosa ci porta ad accogliere come nostri i modi di vedere di qualcun altro?
Credo che la risposta sia da ricercare nella nostro essere incompleti, nella nostra ricerca costante di un qualche consenso che dia senso al nostro essere, al nostro esistere. Non parlo di consensi nelle idee ma di qualcosa che arrivi a farci capire il senso profondo di "io esisto" in quanto riconosciuto come altro e unico. I riflessi non sono più quindi delle semplici immagini di ritorno ma specchi esistenziali che ritornano sì l'immagine di noi ma attraverso la visione di un altro. Gli occhi specchio dell'anima, si dice di solito: mi piace pensarli più come finestra sull'anima: se fossero specchi da qualche parte dovrebbero riflettere e dal di fuori vedrei me stesso negli occhi di un altro, mentre dal di dentro l'anima si rifletterebbe su se stessa. Pensieri come riflesso dell'esistenza, della mia esistenza in base all'assioma cartesiano del "cogito ergo sum", ma anche riflesso dell'esistenza dell'altro nel momento in cui lo riconosco come altro da me e soprattutto unico.
E quando incontri un altro sguardo, un altro pensiero che ti fanno vibrare dentro, quello è il momento nel quale il riflesso inizia a farsi più chiaro, dove cominci a sentire legame, appartenenza: la mancanza diventa sensazione di vuoto di non completezza, la presenza diventa invece pienezza, scombussolando di gioia tutto il tuo essere quando questa presenza magari si manifesta improvvisa, inaspettata.
Ecco perché le foto di Camilla sui riflessi mi hanno colpito, perché in fondo siamo e sono alla ricerca di riflessi, di ritorni di immagini che ci diano altre prospettive di noi e di quanto ci circonda, modi di vedere che completino il nostro. Siamo unici ma ci cerchiamo l'un l'altro. Oggi, domani e sempre, per sempre.
venerdì 11 giugno 2010
Da Lontano
Sono partito da lontano
da dove non vedevo nulla
per arrivare più vicino
e accorgermi che ancora non era abbastanza
e più, e più mi avvicino
più sento lontananza.
Perché ho solo questi due occhi
e chi mi potrebbe essere d'aiuto
non sa ancora distinguere
se è più vero ciò che vedo
di quello che dovrei, in fondo all'anima,
trovare e che mai chiedo.
Ma la voglia di essere più vero
non mi abbandona ancora
e mi sorrido dentro,
là dove ancora mi nascondo
e vado a cercarmi, né lontano, né vicino,
ma ogni volta un po' più a fondo.
da dove non vedevo nulla
per arrivare più vicino
e accorgermi che ancora non era abbastanza
e più, e più mi avvicino
più sento lontananza.
Perché ho solo questi due occhi
e chi mi potrebbe essere d'aiuto
non sa ancora distinguere
se è più vero ciò che vedo
di quello che dovrei, in fondo all'anima,
trovare e che mai chiedo.
Ma la voglia di essere più vero
non mi abbandona ancora
e mi sorrido dentro,
là dove ancora mi nascondo
e vado a cercarmi, né lontano, né vicino,
ma ogni volta un po' più a fondo.
domenica 6 giugno 2010
Parole
Non sono molto abituato ad essere un animale sociale e molto spesso mi trovo in difficoltà nei discorsi diretti. O per lo meno fino ad ora mi sono trovato in difficoltà, soprattutto quando si parla di sentimenti. Finora ho trovato interlocutori troppo "aggressivi", magari senza colpa, ma ho fatto troppe esperienze nelle quali la mia interlocutrice si poneva nel discorso con dei modi che alla fine mi facevano sentire quasi "inutile" per quello che dicevo o per le idee che esprimevo.
Mi piace scrivere, quello sì, perché ho più tempo per pensare a quello che devo dire. Mi piacciono le parole, l'italiano è così ricco di termini, che a volte possono essere anche fraintesi e su questi ci si può giocare. Si vuole dire qualcosa e le parole usate possono essere interpretate in tutt'altro modo. L'arte del doppio senso, del calembour linguistico, che suscita ilarità e perplessità. Non in certi momenti però, divertirsi ok, ma solo quando si può.
Parole. Nero su bianco per descrivere pensieri dalle mille sfumature. Parole recitate, proclamate, lette, sussurrate, rigate da mille lacrime che non riescono a scolorirle, perché dalla loro pur labile inconsistenza sono nati pensieri che hanno la solidità del granito, che hanno animato le azioni di generazioni. Sono nati poemi che hanno stregato cuori, canzoni che hanno fatto cantare tutti e che probabilmente rimarranno patrimonio eterno per chiunque.
Alcuni segni vergati su un foglio, una poesia che scrive le emozioni direttamente nell'anima di chi la legge. E' questa la potenza segreta delle parole. Le parole creano. Tutto il creato è nato da parole. Nel nostro piccolo siamo tutti artisti quando le nostre parole creano pensieri, concetti, convinzioni. E chi non si accontenta delle parole va oltre e, giocandoci un po' sopra, inventa nuovi modi di esprimersi che travalicano la semantica stessa. E' il caso dei giullari di un tempo, degli attori girovaghi che usavano la tecnica del "grammelot" per inventare linguaggi improbabili dove le parole non avevano diretto significato, ma attraverso suoni onomatopeici, parole prese da varie lingue, mimica e gesti, riuscivano comunque a trasmettere il loro messaggio, oltrepassando a volte i limiti linguistici. Cito Charlie Chaplin che nel "Grande Dittatore" ha fatto fare al personaggio di Adenoid Hynkel un favoloso discorso in "finto tedesco". Il nostro Dario Fo che del "grammelot" fa mirabile uso nell'opera "Mistero Buffo". Fosco Maraini che con il suo libro "La Gnosi delle fanfole" ci dà un saggio di poesia metasemantica.
C'è questo desiderio profondo di creare parole, scritte o meno poco importa, un continuo rincorrersi di pensieri piccoli e grandi che dicono cose piccole e grandi su di noi, sempre. Parole taglienti, pericolose, dolci, amare, tutte per comunicarci verso l'ignoto della comprensione altrui. Per trovare altre parole che le completino, eterei amanti che solo uniti diventano forza l'uno dell'altro.
Mi piace scrivere, quello sì, perché ho più tempo per pensare a quello che devo dire. Mi piacciono le parole, l'italiano è così ricco di termini, che a volte possono essere anche fraintesi e su questi ci si può giocare. Si vuole dire qualcosa e le parole usate possono essere interpretate in tutt'altro modo. L'arte del doppio senso, del calembour linguistico, che suscita ilarità e perplessità. Non in certi momenti però, divertirsi ok, ma solo quando si può.
Parole. Nero su bianco per descrivere pensieri dalle mille sfumature. Parole recitate, proclamate, lette, sussurrate, rigate da mille lacrime che non riescono a scolorirle, perché dalla loro pur labile inconsistenza sono nati pensieri che hanno la solidità del granito, che hanno animato le azioni di generazioni. Sono nati poemi che hanno stregato cuori, canzoni che hanno fatto cantare tutti e che probabilmente rimarranno patrimonio eterno per chiunque.
Alcuni segni vergati su un foglio, una poesia che scrive le emozioni direttamente nell'anima di chi la legge. E' questa la potenza segreta delle parole. Le parole creano. Tutto il creato è nato da parole. Nel nostro piccolo siamo tutti artisti quando le nostre parole creano pensieri, concetti, convinzioni. E chi non si accontenta delle parole va oltre e, giocandoci un po' sopra, inventa nuovi modi di esprimersi che travalicano la semantica stessa. E' il caso dei giullari di un tempo, degli attori girovaghi che usavano la tecnica del "grammelot" per inventare linguaggi improbabili dove le parole non avevano diretto significato, ma attraverso suoni onomatopeici, parole prese da varie lingue, mimica e gesti, riuscivano comunque a trasmettere il loro messaggio, oltrepassando a volte i limiti linguistici. Cito Charlie Chaplin che nel "Grande Dittatore" ha fatto fare al personaggio di Adenoid Hynkel un favoloso discorso in "finto tedesco". Il nostro Dario Fo che del "grammelot" fa mirabile uso nell'opera "Mistero Buffo". Fosco Maraini che con il suo libro "La Gnosi delle fanfole" ci dà un saggio di poesia metasemantica.
C'è questo desiderio profondo di creare parole, scritte o meno poco importa, un continuo rincorrersi di pensieri piccoli e grandi che dicono cose piccole e grandi su di noi, sempre. Parole taglienti, pericolose, dolci, amare, tutte per comunicarci verso l'ignoto della comprensione altrui. Per trovare altre parole che le completino, eterei amanti che solo uniti diventano forza l'uno dell'altro.
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