Un noto adagio inizia con "Tra il dire e il fare..." e la conclusione che più amo per il suo spiazzante umorismo è quella fornita dal gruppo Elio e le Storie Tese che chiosano con l'inaspettato "... c'è di mezzo 'e il' ". Ma cosa c'è invece in mezzo tra il "dire" e il "capire"? Chi ha pensato nuovamente "...e il..." ha tutta la mia stima, ma la mia intenzione è invece riflettere veramente su questo.
Ogni giorno ci troviamo in situazioni nelle quali diciamo qualcosa o, ascoltando chi parla, capiamo, o cerchiamo di capire, il nostro interlocutore. Eppure spesso tra quello che viene detto e quello che viene capito c'è di mezzo un abisso. Forse chi parla non si spiega bene; forse chi ascolta si aspetta un certo tipo di pensiero o di risposta e quindi il suo ascoltare è in realtà tutto dedicato a cercare di capire tra le parole quello che si aspetta di sentire. Equivoco e malinteso sono quindi sempre lì dietro l'angolo, come improvvisi passanti non visti contro i quali andiamo a sbattere in malo modo.
La nostra lingua è molto ricca di parole per descrivere le "sfumature" a volte però mi accorgo che le mancano delle parole brevi e incisive, come in inglese ad esempio, dove con una sola parola si può esprimere un concetto complesso o dare una connotazione particolare a qualcosa che altrimenti in italiano saremmo costretti a descrivere con un giro di parole. Non sto elogiando l'abuso di inglesismi nella nostra lingua, sto solo dicendo che a volte sarebbe bello avere delle parole, sempre in italiano, ma semplici, dirette ed esemplificative come nel caso dell'inglese (e probabilmente di altre lingue). Aggiungiamo a questo la nostra connaturata estrosità, la passione per la chiccchiera, e quelli che potrebbero essere dei concetti molto semplici diventano dei veri e propri labirinti lessicali ricchi di parole, scarsi di sintassi e poveri di semantica: mai letto il testo di un regolamento amministrativo? Un testo di legge? Una circolare ministeriale? I discorsi di molti politici?
Di fronte a tali epiche imbottite di "fuffa" verbale, la cosa che si cerca naturalmente di fare è interpretare per capire... e cosa succede se a valle della prima lettura qualcuno scrive una seconda "opera" con l'intenzione di descrivere la propria interpretazione? Chi viene dopo cosa fa? ...e dopo ancora? Così la strada tra il "dire" e il "capire" diventa sempre più tortuosa e affollata di ostacoli verbali. Riconducendo tutto al nostro quotidiano abbiamo coloro che per dirci di essere appena usciti di casa ci raccontano tutto quello che è successo dalla sera prima, o chi si pone mille dubbi e problemi nel dire qualcosa di veramente semplice e diretto col timore di essere "interpretato" male...
- Ciao! {oddio spero di essermi spiegato bene, chissà che non si sia capito qualcosa di strano...}
Fino a qui tutto chiaro?
Eppure potremmo evitarci tante incomprensioni, cattive interpretazioni, inutili arrabbiature per nulla se chi parla dicesse le cose per come sono, direttamente, e chi ascolta si limitasse ad assaporarne il significato immediato: che il "dire" sia "dire" in modo che l'ascoltare non diventi altro.
Non cercare di leggere tra le righe di quello che dico
Non vedi che sto parlando con interlinea singola?
venerdì 30 gennaio 2015
sabato 10 gennaio 2015
Differenze
Ho scritto un libro che si intitola "La vita scorre di lato", come questo blog. Faccio del pensiero laterale, quando possibile, uno dei miei strumenti principali di lavoro, vediamo se riesco a fare delle considerazioni trasversali ad un po' di tematiche di attualità.
Lo spunto viene dai recenti sanguinosi fatti avvenuti in Francia, tra i quali l'attacco alla sede della rivista satirica Charlie Hebdo, ma non per parlarne, solo per avere un punto di partenza per parlare di differenze. Quelle differenze che di volta in volta, di occasione in occasione vengono strumentalizzate per creare divisioni, maggiori divisioni. In questo brutto momento l'attenzione è strumentalizzata per accrescere la distanza dai musulmani: leggo di tutto in giro nei social network... o meglio, più che "di tutto" leggo di una sola cosa, condanna incondizionata verso la religione musulmana, non da tutti ovviamente, ma credo che ai soliti facinorosi in questi giorni si siano affiancati molti normalmente "silenti" che aspettano solo la buona occasione per uscire allo scoperto.
Ma questo è solo frutto del momento, perché se tra un po' viene fuori qualcosa di negativo che riguarda ebrei, omosessuali o altri, più o meno troverete in rete gli stessi di adesso a dire più o meno le stesse cose, cambia solo il soggetto. E quello che si legge non fa proprio onore a nessuno, soprattutto quando le condanne ai fatti passano attraverso la proposta/richiesta di pratiche forse ancora più barbare di quelle usate per perpetrare i fatti. Perché dobbiamo sminuire così secoli di supposta civiltà? Fatti criminali come quelli francesi e per estensione qualunque fatto criminale deve essere condannato certo, ma non brutalizzato in modo ancor più deteriore, e senza peccare di "estensione" perché poi il risultato è sempre lo stesso, scatta l'equazione "Uno = Tutti".
Poi c'è l'altra faccia della situazione.
Osservate bene le "file dei buoni", piene di lodevoli intenti certo, che per condannare le varie forme di (xeno, religio, omo, xxx)fobia più o meno citano quasi sempre frasi del tipo: "io ho un sacco di amici (o amiche) musulmani/ebrei/gay/lesbiche/ecc... e non ho mai avuto nessun problema, sono sempre andato d'accordo con tutti". Ecco, il modo "buono" per continuare a rimarcare le differenze. Riflettevo e mi riferivo al fatto di aver inserito in una frase come quella sopra una bellissima dichiarazione di appartenenza accompagnata subito dopo da un'altra dichiarazione che invece rimette in primo piano la diversità, la differenza: quello che viene dopo la definizione di "amico/a" è inutile e dannoso secondo me, non allo stesso modo di una dichiarazione di intolleranza, ma se a noi può sembrare una affermazione di "vicinanza a..." potrebbe essere vista anche come un'intenzione a mantenere distanze e differenze, purtroppo quelle differenze che poi pesano.
Ho letto qualche giorno fa una frase molto bella: "Un amico è la persona che conosce quasi tutto di te e continua a volerti bene". Quando dici "amico" il resto è superfluo, non ha importanza che amico c'è al tuo fianco. Il rapporto amicale è una "forma di Amore" (cit.), punto. Qualificare ulteriormente un amico anche come gay, lesbica, musulmano, ebreo, ateo, giornalista, impiegato, netturbino, veterinario, non serve e non aggiunge nulla alla dichiarazione iniziale.
Prendo in prestito una frase citata questa sera da un giornalista in televisione, che a sua volta l'ha ricevuta attraverso una email da una studentessa.
"...non facciamoci peggiorare".
Lo spunto viene dai recenti sanguinosi fatti avvenuti in Francia, tra i quali l'attacco alla sede della rivista satirica Charlie Hebdo, ma non per parlarne, solo per avere un punto di partenza per parlare di differenze. Quelle differenze che di volta in volta, di occasione in occasione vengono strumentalizzate per creare divisioni, maggiori divisioni. In questo brutto momento l'attenzione è strumentalizzata per accrescere la distanza dai musulmani: leggo di tutto in giro nei social network... o meglio, più che "di tutto" leggo di una sola cosa, condanna incondizionata verso la religione musulmana, non da tutti ovviamente, ma credo che ai soliti facinorosi in questi giorni si siano affiancati molti normalmente "silenti" che aspettano solo la buona occasione per uscire allo scoperto.
Ma questo è solo frutto del momento, perché se tra un po' viene fuori qualcosa di negativo che riguarda ebrei, omosessuali o altri, più o meno troverete in rete gli stessi di adesso a dire più o meno le stesse cose, cambia solo il soggetto. E quello che si legge non fa proprio onore a nessuno, soprattutto quando le condanne ai fatti passano attraverso la proposta/richiesta di pratiche forse ancora più barbare di quelle usate per perpetrare i fatti. Perché dobbiamo sminuire così secoli di supposta civiltà? Fatti criminali come quelli francesi e per estensione qualunque fatto criminale deve essere condannato certo, ma non brutalizzato in modo ancor più deteriore, e senza peccare di "estensione" perché poi il risultato è sempre lo stesso, scatta l'equazione "Uno = Tutti".
Poi c'è l'altra faccia della situazione.
Osservate bene le "file dei buoni", piene di lodevoli intenti certo, che per condannare le varie forme di (xeno, religio, omo, xxx)fobia più o meno citano quasi sempre frasi del tipo: "io ho un sacco di amici (o amiche) musulmani/ebrei/gay/lesbiche/ecc... e non ho mai avuto nessun problema, sono sempre andato d'accordo con tutti". Ecco, il modo "buono" per continuare a rimarcare le differenze. Riflettevo e mi riferivo al fatto di aver inserito in una frase come quella sopra una bellissima dichiarazione di appartenenza accompagnata subito dopo da un'altra dichiarazione che invece rimette in primo piano la diversità, la differenza: quello che viene dopo la definizione di "amico/a" è inutile e dannoso secondo me, non allo stesso modo di una dichiarazione di intolleranza, ma se a noi può sembrare una affermazione di "vicinanza a..." potrebbe essere vista anche come un'intenzione a mantenere distanze e differenze, purtroppo quelle differenze che poi pesano.
Ho letto qualche giorno fa una frase molto bella: "Un amico è la persona che conosce quasi tutto di te e continua a volerti bene". Quando dici "amico" il resto è superfluo, non ha importanza che amico c'è al tuo fianco. Il rapporto amicale è una "forma di Amore" (cit.), punto. Qualificare ulteriormente un amico anche come gay, lesbica, musulmano, ebreo, ateo, giornalista, impiegato, netturbino, veterinario, non serve e non aggiunge nulla alla dichiarazione iniziale.
Prendo in prestito una frase citata questa sera da un giornalista in televisione, che a sua volta l'ha ricevuta attraverso una email da una studentessa.
"...non facciamoci peggiorare".
mercoledì 24 dicembre 2014
Istanti lunghi come il tempo
(Dedicata a Alessandra Lanzafame e ai suoi "Autoscatti dell'Anima")
Fermo la mia anima
in un lungo battito pulsante,
fatto di molti secondi,
fatto di movimenti.
Immagini sospese e confuse,
tagli netti in frammenti di tempo,
frammenti di me
in un tempo che finisce
sempre un po' più in là.
Mi prendo un po' di te
che osservi da lontano
ti porto dove non andresti
dove non guarderesti mai
qui vicino dove
cuore, pensiero e anima
vivono di istanti lunghi come il tempo.
Fermo la mia anima
in un lungo battito pulsante,
fatto di molti secondi,
fatto di movimenti.
Immagini sospese e confuse,
tagli netti in frammenti di tempo,
frammenti di me
in un tempo che finisce
sempre un po' più in là.
Mi prendo un po' di te
che osservi da lontano
ti porto dove non andresti
dove non guarderesti mai
qui vicino dove
cuore, pensiero e anima
vivono di istanti lunghi come il tempo.
martedì 23 dicembre 2014
Raccontarsi
Ricordo perfettamente una copertina del glorioso "Corriere dei Piccoli" del 1969, avevo 6 anni e forse da lì è nata la mia passione per i fumetti prima e per le storie di fantasia e per i libri dopo. Ricordo la grande passione per i primi super eroi della Marvel che arrivarono in Italia, passione condivisa con mia cugina, la mia sorella mancata tanto era il legame che ci univa da piccoli e che in qualche modo, malgrado la distanza e le poche occasioni per vederci, continua tutt'ora. La cugina con la quale ho condiviso, da buoni appassionati di fantascienza, la prima visione di Star Wars e di Alien.
Come i fumetti anche il cinema mi ha sempre affascinato, perché racconta, su vari piani, con varie intensità, coprendo tanti temi diversi, più o meno importanti o seri: aggiungete quello che volete ma lo scopo di una pellicola, come di una pagina disegnata, è quello di raccontare qualcosa. E quelle immagini che siamo ormai abituati a veder scorrere davanti ai nostri occhi attraverso uno schermo o tra le pagine di un volume illustrato, non sarebbero tali senza prima delle parole che le definiscano e le descrivano prima di essere impresse nella nostra memoria visiva.
Dopotutto facendo un piccolo salto indietro di 5000 anni (più o meno), prima dei caratteri cuneiformi dei Sumeri, un po' prima di carta stampata e immagini in movimento, la parola e la memoria erano l'unico modo per tramandare la storia, per raccontare: i miei figli fanno fatica a pensare alla mia infanzia senza cellulari, computer, internet... eppure si comunicava lo stesso, forse ci si raccontava anche di più.
Raccontarsi. Narrare di sé a più o meno casuali ascoltatori, requiem dell'indifferenza.
Perché dovremmo scoprirci così verso gli altri? Mettere a nudo i nostri pensieri e il nostro sentire? Se mi aveste fatto questa domanda una decina di anni fa probabilmente non vi avrei risposto o avrei liquidato la questione con un laconico "Già... perché dovrei?". Negli ultimi 4-5 anni ho cercato di dare invece una risposta e ne è uscito un libro di Riflessioni e Poesie, è uscito così, non completamente per volontà propria, ma molte cose chiedevano a gran voce di essere raccontate, tra queste alcuni sassi nelle scarpe da togliere, in altri casi era invece il desiderio di rendere partecipi gli altri di quello che un po' alla volta stavo imparando ad osservare. E un po' alla volta ho scoperto, con grande meraviglia, che gli altri "partecipavano", che il mio raccontare non era per loro noioso ma anzi interessante e coinvolgente perché andava a toccare probabilmente corde altrettanto sensibili del loro privato.
Questa sera chiacchieravo con un'amica proprio di questo, toccata anche lei nelle sue corde sensibili da quello che sta leggendo del mio libro e mi faceva notare il fatto che probabilmente se avesse letto il libro qualche anno fa le sarebbe piaciuto lo stesso (grazie Alessia...) ma forse non avrebbe avuto la stessa capacità comunicativa che invece sta avendo adesso, come dire: "...un libro che deve essere letto nel momento giusto della vostra vita..." ma non so se potrebbe funzionare bene a livello promozionale, soprattutto perché difficilmente sappiamo qual'è il momento giusto della nostra vita... ma il libro lo sa.
Ricordo il fascino delle storie e delle avventure che leggevo da piccolo, magari non tutte le storie, ma il "fascino" sì. Il fascino della narrazione, del mettere insieme le parole nel modo giusto per raccontare nel modo migliore, il più semplice e il più diretto. Alessia invidia e ammira il mio descrivere in modo semplice e diretto pensieri e temi complessi, io invidio, sempre con ammirazione, coloro che sono in grado di farlo in tempo reale, nel dialogo immediato: è la parte della mia personale narrazione che ancora manca. Ho bisogno della carta per mediare i miei pensieri (confesso comunque che scrivo sempre al computer) ma ho anche bisogno di qualcuno che abbia la pazienza, per il momento, di leggermi.
Comunque sia, raccontatevi.
Come i fumetti anche il cinema mi ha sempre affascinato, perché racconta, su vari piani, con varie intensità, coprendo tanti temi diversi, più o meno importanti o seri: aggiungete quello che volete ma lo scopo di una pellicola, come di una pagina disegnata, è quello di raccontare qualcosa. E quelle immagini che siamo ormai abituati a veder scorrere davanti ai nostri occhi attraverso uno schermo o tra le pagine di un volume illustrato, non sarebbero tali senza prima delle parole che le definiscano e le descrivano prima di essere impresse nella nostra memoria visiva.
Dopotutto facendo un piccolo salto indietro di 5000 anni (più o meno), prima dei caratteri cuneiformi dei Sumeri, un po' prima di carta stampata e immagini in movimento, la parola e la memoria erano l'unico modo per tramandare la storia, per raccontare: i miei figli fanno fatica a pensare alla mia infanzia senza cellulari, computer, internet... eppure si comunicava lo stesso, forse ci si raccontava anche di più.
Raccontarsi. Narrare di sé a più o meno casuali ascoltatori, requiem dell'indifferenza.
Perché dovremmo scoprirci così verso gli altri? Mettere a nudo i nostri pensieri e il nostro sentire? Se mi aveste fatto questa domanda una decina di anni fa probabilmente non vi avrei risposto o avrei liquidato la questione con un laconico "Già... perché dovrei?". Negli ultimi 4-5 anni ho cercato di dare invece una risposta e ne è uscito un libro di Riflessioni e Poesie, è uscito così, non completamente per volontà propria, ma molte cose chiedevano a gran voce di essere raccontate, tra queste alcuni sassi nelle scarpe da togliere, in altri casi era invece il desiderio di rendere partecipi gli altri di quello che un po' alla volta stavo imparando ad osservare. E un po' alla volta ho scoperto, con grande meraviglia, che gli altri "partecipavano", che il mio raccontare non era per loro noioso ma anzi interessante e coinvolgente perché andava a toccare probabilmente corde altrettanto sensibili del loro privato.
Questa sera chiacchieravo con un'amica proprio di questo, toccata anche lei nelle sue corde sensibili da quello che sta leggendo del mio libro e mi faceva notare il fatto che probabilmente se avesse letto il libro qualche anno fa le sarebbe piaciuto lo stesso (grazie Alessia...) ma forse non avrebbe avuto la stessa capacità comunicativa che invece sta avendo adesso, come dire: "...un libro che deve essere letto nel momento giusto della vostra vita..." ma non so se potrebbe funzionare bene a livello promozionale, soprattutto perché difficilmente sappiamo qual'è il momento giusto della nostra vita... ma il libro lo sa.
Ricordo il fascino delle storie e delle avventure che leggevo da piccolo, magari non tutte le storie, ma il "fascino" sì. Il fascino della narrazione, del mettere insieme le parole nel modo giusto per raccontare nel modo migliore, il più semplice e il più diretto. Alessia invidia e ammira il mio descrivere in modo semplice e diretto pensieri e temi complessi, io invidio, sempre con ammirazione, coloro che sono in grado di farlo in tempo reale, nel dialogo immediato: è la parte della mia personale narrazione che ancora manca. Ho bisogno della carta per mediare i miei pensieri (confesso comunque che scrivo sempre al computer) ma ho anche bisogno di qualcuno che abbia la pazienza, per il momento, di leggermi.
Comunque sia, raccontatevi.
sabato 20 settembre 2014
Il cielo ruba gli occhi del mondo
Il cielo ruba,
ruba gli occhi del mondo.
Cielo al tramonto,
quel cielo cobalto che si tinge di rosso,
che si riflette indeciso
sul fiume qui accanto.
Il cielo è da solo.
Il cielo si prende
la meraviglia dei nostri sguardi,
lì dentro ci vive,
ci rende bambini,
fosse anche per un solo momento.
Il cielo adesso è più scuro.
Il cielo che lascia il sole a riposo,
e si nasconde con nuvole stanche.
Ma il cielo ci osserva,
anche se è buio,
ci osserva con gli occhi del mondo.
ruba gli occhi del mondo.
Cielo al tramonto,
quel cielo cobalto che si tinge di rosso,
che si riflette indeciso
sul fiume qui accanto.
Il cielo è da solo.
Il cielo si prende
la meraviglia dei nostri sguardi,
lì dentro ci vive,
ci rende bambini,
fosse anche per un solo momento.
Il cielo adesso è più scuro.
Il cielo che lascia il sole a riposo,
e si nasconde con nuvole stanche.
Ma il cielo ci osserva,
anche se è buio,
ci osserva con gli occhi del mondo.
martedì 15 luglio 2014
Il suono degli altri
Capita così. Scopro della musica nuova che mi "prende" fin dalle prime note e non posso fare a meno di ascoltare e cercarne altra, dello steso autore/gruppo intendo, per ascoltare tutto, farne esperienza totale, capirla, comprenderla fino in fondo o per lo meno il più possibile: una sorta di "fame infame" (cit. Elena) che mi spinge a divorare brani su brani e nel caso magari esista un solo lavoro disponibile, metto i brani in rotazione continua e resto lì per ore immerso nel suono. E a volte nel frattempo scrivo, se la musica è adatta, come in questo momento in cui le parole sono accompagnate dal sound corposo e deciso degli Skyharbor, scoperti qualche ora fa.
Questa cosa mi è successa anche con le persone ma, a differenza dalla musica, poche volte, però anche se poche hanno lasciato il segno. Penso che il motivo per cui con alcune persone ci fermiamo ad una conoscenza superficiale, mentre con altre non smetteremmo mai di ascoltarle, di confrontarci, di conoscerle e di volerle conoscere sempre di più, sia qualcosa di analogo a quello che succede con la musica, una questione di armonia: certe persone suonano le nostre corde mentre altre producono suoni leggermente o molto dissonanti rispetto a noi. E' come se fossimo stati creati all'interno di misteriosi spartiti e poi qualcuno si sia divertito a mischiare le linee musicali: ci sono persone che fanno parte del nostro spartito, che seguono la nostra stessa linea melodica, mentre altre non c'entrano proprio nulla: sì a volte producono bella musica ma che ha poco o niente a che vedere con la nostra. Quando però troviamo una delle "nostre" linee melodiche ce ne accorgiamo subito: l'intesa, gli stessi ritmi, pensieri che si completano a vicenda, come in un continuo alternarsi di parti tra strumenti impegnati a rendere completo il brano, a ricostruire la partitura originale che nessuno dei due conosce completamente se non attraverso l'altro.
La musica aiuta. Insegna un certo ordine nelle parti, lasciando spazio anche all'improvvisazione, ma con una guida armonica di base. E quando riusciamo a trovare un'altra parte del nostro spartito ne siamo inevitabilmente attratti, per cercare di fare l'esperienza più completa possibile di questo nuovo e affascinante suono.
In fondo il suono è sempre esistito, molto prima della voce umana e degli strumenti musicali, come hanno recentemente ipotizzato e in parte scoperto gli astrofisici, intercettando oggi, agli estremi confini dell'universo, quella che probabilmente è l'eco del big bang che ha dato origine a tutto. Tutto il nostro quotidiano è permeato di suoni, più o meno gradevoli, più o meno armonici: ne siamo circondati in ogni momento. La cosa che ha sempre colpito moltissimo gli astronauti delle missioni spaziali, riportandola quasi come una situazione sgradevole, è la mancanza di suono nello spazio, l'intensità del silenzio del vuoto cosmico.
Siamo come suoni nelle vite degli altri, o meglio, di altri, dobbiamo solo riuscire a riunire le nostre linee armoniche. A volte scopriamo così che forse stavamo iniziando a suonare delle note sbagliate e così ritroviamo la chiave giusta del nostro spartito. Persone preziose rimettono le nostre note al posto giusto all'interno del pentagramma e in modo altrettanto prezioso lo facciamo noi per gli altri a volte inconsapevolmente, solo per il fatto di "esserci" in determinati momenti. Grazie a te carissima Amica.
Questa cosa mi è successa anche con le persone ma, a differenza dalla musica, poche volte, però anche se poche hanno lasciato il segno. Penso che il motivo per cui con alcune persone ci fermiamo ad una conoscenza superficiale, mentre con altre non smetteremmo mai di ascoltarle, di confrontarci, di conoscerle e di volerle conoscere sempre di più, sia qualcosa di analogo a quello che succede con la musica, una questione di armonia: certe persone suonano le nostre corde mentre altre producono suoni leggermente o molto dissonanti rispetto a noi. E' come se fossimo stati creati all'interno di misteriosi spartiti e poi qualcuno si sia divertito a mischiare le linee musicali: ci sono persone che fanno parte del nostro spartito, che seguono la nostra stessa linea melodica, mentre altre non c'entrano proprio nulla: sì a volte producono bella musica ma che ha poco o niente a che vedere con la nostra. Quando però troviamo una delle "nostre" linee melodiche ce ne accorgiamo subito: l'intesa, gli stessi ritmi, pensieri che si completano a vicenda, come in un continuo alternarsi di parti tra strumenti impegnati a rendere completo il brano, a ricostruire la partitura originale che nessuno dei due conosce completamente se non attraverso l'altro.
La musica aiuta. Insegna un certo ordine nelle parti, lasciando spazio anche all'improvvisazione, ma con una guida armonica di base. E quando riusciamo a trovare un'altra parte del nostro spartito ne siamo inevitabilmente attratti, per cercare di fare l'esperienza più completa possibile di questo nuovo e affascinante suono.
In fondo il suono è sempre esistito, molto prima della voce umana e degli strumenti musicali, come hanno recentemente ipotizzato e in parte scoperto gli astrofisici, intercettando oggi, agli estremi confini dell'universo, quella che probabilmente è l'eco del big bang che ha dato origine a tutto. Tutto il nostro quotidiano è permeato di suoni, più o meno gradevoli, più o meno armonici: ne siamo circondati in ogni momento. La cosa che ha sempre colpito moltissimo gli astronauti delle missioni spaziali, riportandola quasi come una situazione sgradevole, è la mancanza di suono nello spazio, l'intensità del silenzio del vuoto cosmico.
Siamo come suoni nelle vite degli altri, o meglio, di altri, dobbiamo solo riuscire a riunire le nostre linee armoniche. A volte scopriamo così che forse stavamo iniziando a suonare delle note sbagliate e così ritroviamo la chiave giusta del nostro spartito. Persone preziose rimettono le nostre note al posto giusto all'interno del pentagramma e in modo altrettanto prezioso lo facciamo noi per gli altri a volte inconsapevolmente, solo per il fatto di "esserci" in determinati momenti. Grazie a te carissima Amica.
sabato 14 giugno 2014
Chiaro
Trasportami su queste note oziose,
che soffiano fredde nella sera,
che scendono silenziose
fin dove non c'è più anima.
Lasciale risuonare
negli echi del mio silenzio,
uniche compagne dei miei pensieri,
dei miei passi solitari.
Nei chiaroscuri di questa città
avvolta nella notte che mai dorme,
seguo una debole luce giù nel cuore,
come falena,
attirato da ciò che è chiaro.
(ispirata dal brano "Chiaro" di Paolo Fresu)
che soffiano fredde nella sera,
che scendono silenziose
fin dove non c'è più anima.
Lasciale risuonare
negli echi del mio silenzio,
uniche compagne dei miei pensieri,
dei miei passi solitari.
Nei chiaroscuri di questa città
avvolta nella notte che mai dorme,
seguo una debole luce giù nel cuore,
come falena,
attirato da ciò che è chiaro.
(ispirata dal brano "Chiaro" di Paolo Fresu)
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